Le Edizioni Socrates, con la traduzione (di Paolo Brama e Francesca Savani) de “Il giovane antropologo” (nell’originale l’antropologo è “innocent”) di Nigel Barley, hanno rimediato a una dimenticanza. Il libro (uscito nel 1983) è una summa di sapienza e di empatia (molto british): ciò che occorre sapere delle radici dell’Africa – o ha ragione Kapuscinsky: l’Africa è un posto che non esiste? – e per relationem dell’Occidente. Sono passati quasi trent’anni dagli “appunti da una capanna di fango” raccolti da Barley sui modi di vivere, sul pensiero escatologico (e anche “scatologico”: all’innocent ricercatore sul campo non viene risparmiato nulla né lui, rischiando anche la vita, si risparmia), sulle malattie e le cure, sull’economia, sull’eros, sui riti funebri, sull’iniziazione, del popolo Dowayo delle montagne (del nord del Camerun ai confini con la Nigeria e il Ciad). Un popolo visto prima solo dai missionari, ma di sfuggita, senza impegno perché i Dowayo sono davvero selvatici. D’altra parte, si sa già tutto dei missionari “in primo piano nella demonologia della disciplina, accanto agli amministratori arroganti e ai colonialisti sfruttatori… la reazione intellettualmente rispettabile [davanti alla richiesta di un obolo] è una confutazione ragionata del concetto di interferenza missionaria… Le missioni distruggono le culture e il rispetto dell’individuo riducendo i popoli in idioti disorientati che vivono di carità, economicamente e culturalmente asserviti all’Occidente”.
Nessuno, dunque, aveva mai visto uomini più primitivi, nella accezione rousseauiana e in quella “cristiana”, dei Dowayo: la lingua è costituita di semplici suoni, modulando i quali si va da “acqua” a “fuoco” con un quasi impercettibile gorgheggio (esilaranti per gli indigeni gli errori dell’apprendista). Passare più di un anno in una terra desolata, “dentro” una civiltà lontana anni luce – forse davvero così si viveva ventimila anni fa – è per un occidentale, per giunta “british”, una prova dura e terrificante da cui si corre il rischio di uscirne pazzi o razzisti al cento per cento (come un prete protestante che odia i Dowayo) o “missionari” ut supra.
Il nostro, mandato allo sbaraglio in un Camerun corrotto, indolente, burocratico “alla francese”, è invece “innocent” e l’ingenuità, cioè la sincerità e la capacità di evitare ad ogni costo giudizi di valore o paragoni tra civiltà (sulla base dei principi del famoso maestro: “honni soit qui Malinowski”) gli consente – e consente ai lettori – di affrontare l’avventura con tali ironia e simpatia per gli uomini da riuscire a sopravvivere a situazioni (climatiche, sociali, psicologiche, patologiche) efferate e improbabili per qualsiasi uomo che non sia un Dowayo.
Gli “appunti” di Barley sono innanzitutto un reportage, letteratura di viaggio di livello, scritto con un linguaggio che Hemingway si sarebbe sognato e anche Chatwin, poco scanzonato. Ma questo linguaggio, preciso e in bianco e nero come Stevenson ma coi graffi di Jerome (davvero impossibile non ridere davanti alle disavventure quotidiane del giovane studioso), fa del libro un romanzo dove ogni personaggio, sondato nel profondo, è terribilmente vero. Il libro è anche un saggio erudito di antropologia culturale, inizia e finisce dissacrandone le concezioni base, la presunta “serietà”, la autoreferenzialità e le implicazioni “politiche” che sino ad allora (e ancora oggi) si traevano dallo studio di un popolo primitivo, ritenuto non evoluto, parente stretto delle scimmie, con tutti i complessi freudiani elevati alla massima potenza, e quindi da “redimere” facendogli assaporare il gusto della “vera civiltà”.
E tuttavia, dopo tanto e tale permanere in una capanna di fango tra scorpioni, topi, serpenti, capre, cani pieni di zecche, pipistrelli (“ma chi l’ha detto che hanno il radar?”) e uomini forse anche “peggiori” (meglio uno scorpione addosso che farsi coprire la testa di vomito o di escrementi o dormire tra i teschi degli uomini morti il giorno prima o bere la “birra” acida e farsi inscatolare il pene e via dicendo), lo scrittore-antropologo è non solo ingenuo ma anche onesto. Tornare alla “sua” civiltà gli fa piacere, gli dà un immenso sollievo, la sua non è così cattiva come dicono – al solito estremizzando – gli ipocriti “politicamente corretti”, la sua è “migliore” di quella che ha studiato sulle montagne, o forse no, ma è la sua. Però, malgrado abbia più volte rischiato di finire in un pentolone e si sia preso tutte le malattie possibili che lo stregone non è riuscito a guarire, appena messo piede a Londra ammette che la nostalgia gli stringe il cuore. Non il neocoloniale “mal d’Africa”, ma quel sentimento che tra i “selvaggi” e i “primitivi” è ancora prevalente e puro: l’amore per la vita e la capacità – sia pure in una maniera per noi poco comprensibile perché sparita dal nostro Dna – di ricambiarlo.
A cura di Enrico Pili.
Nigel Barley
Il giovane antropologo
Edizioni Socrates (Roma, 2008)
Pagine: 215
€ 12,50